Chi ha inventato il cavatappi? Storia e modelli da usare

Vari modelli di cavatappi, alcuni antichi, altri più moderni. Chissà chi ha inventato il cavatappi per primo?

Scritto da

Grazia Caputo

Pubblicato il

4 set 2026

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Quando una bottiglia resiste all’apertura, il cavatappi smette di essere un semplice utensile e diventa il protagonista del servizio. La sua storia porta all’Inghilterra di fine Settecento, ma aiuta anche a capire quale modello usare oggi, come estrarre il tappo senza romperlo e come conservare meglio il vino già aperto.

La risposta in breve sull’origine del cavatappi

  • Samuel Henshall ottenne il primo brevetto noto per un cavatappi nel 1795.
  • L’invenzione nacque in Inghilterra, quando le bottiglie di vetro e i tappi di sughero iniziarono a diffondersi nel servizio del vino.
  • Il modello di Henshall aveva una vite metallica, un manico e un disco che impediva di spingere il tappo dentro la bottiglia.
  • Prima del brevetto esistevano probabilmente strumenti simili, ma non è possibile attribuire con certezza il primo esemplare a un singolo inventore.
  • Per il servizio quotidiano, il cavatappi a leva o da cameriere resta il compromesso più pratico.

Vari modelli di cavatappi, alcuni antichi, altri più moderni. Chissà chi ha inventato il cavatappi per primo!

Chi ha inventato il cavatappi e in quale anno

La risposta più precisa è il reverendo inglese Samuel Henshall, che nel 1795 registrò il primo brevetto noto per un cavatappi. Il brevetto inglese, indicato come numero 2061 e datato 24 agosto 1795, descriveva uno strumento semplice ma già pensato per rendere più sicura l’estrazione del sughero.

Henshall non inventò necessariamente ogni forma precedente di strumento a vite. Prima di lui erano probabilmente utilizzati attrezzi derivati dai dispositivi impiegati per pulire le canne delle armi o rimuovere materiali incastrati. Per questo preferisco parlare di primo inventore documentato e brevettato, non di origine assoluta e indiscutibile dell’idea.

Il suo cavatappi aveva una struttura a “T”, con un manico collegato a una spirale chiamata ancora oggi verme. Tra la spirale e il manico compariva un piccolo disco metallico. La sua funzione era concreta: impedire che la vite penetrasse troppo nel tappo e che il sughero venisse spinto verso il fondo della bottiglia.

Perché il cavatappi diventò necessario

Per secoli il vino viaggiò soprattutto in botti e recipienti di grandi dimensioni. La bottiglia individuale era utilizzata più spesso per portare il vino dalla cantina alla tavola, ma la diffusione del vetro resistente e dei tappi di sughero rese indispensabile un attrezzo dedicato.

Il sughero offriva una chiusura elastica e abbastanza ermetica, utile per conservare il vino, ma aveva un problema evidente: non poteva essere estratto con le mani. Il cavatappi risolse proprio questo passaggio, trasformando la rotazione della vite in una trazione controllata verso l’alto.

Questa esigenza riguardava anche contenitori diversi dalle bottiglie di vino. Il primo cavatappi brevettato poteva servire per recipienti in vetro contenenti birra, medicinali o altre bevande. Il legame con il vino è diventato dominante perché il servizio della bottiglia è rimasto il suo campo d’uso più elegante e riconoscibile.

Come funzionava il modello di Samuel Henshall

Il principio era semplice, ma richiedeva una certa precisione. La spirale doveva entrare nel centro del tappo senza attraversarlo completamente. Una volta inserita, la rotazione permetteva di creare presa nel sughero e di sollevarlo gradualmente.

Il disco progettato da Henshall rappresentava il dettaglio più interessante. Appoggiandosi sulla parte superiore della bottiglia, funzionava da fermo meccanico e aiutava a limitare la profondità di penetrazione. Era una piccola modifica, ma riduceva il rischio di spingere il tappo nel vino o di sbriciolarlo.

Nel servizio moderno il principio è rimasto quasi identico, anche se i materiali e i sistemi di leva sono migliorati. La vera differenza non sta sempre nel prezzo dell’utensile, ma nella qualità della spirale: deve essere sottile, ben centrata e abbastanza affilata da entrare nel sughero senza strapparlo.

Dalla forma a T al cavatappi da cameriere

Dopo il brevetto inglese, il cavatappi fu perfezionato con numerosi sistemi di leve, snodi e impugnature. La forma a T è resistente e immediata, ma richiede più forza e non offre sempre un punto d’appoggio stabile sul collo della bottiglia.

Tipo di cavatappi Punto di forza Limite principale Uso più adatto
A T Struttura semplice e robusta Richiede forza e pratica Uso domestico tradizionale
Da cameriere Compatto e versatile La leva va posizionata bene Ristorazione e servizio quotidiano
A due leve Estrazione più facile Più ingombrante Bottiglie con tappi integri
A lame Utile con tappi fragili Richiede maggiore controllo Bottiglie vecchie e da collezione

Il modello da cameriere, spesso chiamato anche waiter’s friend, è quello che uso più volentieri quando devo aprire bottiglie diverse durante una degustazione. Occupa poco spazio, integra il coltellino per la capsula e permette di dosare la forza con precisione.

Per una bottiglia molto vecchia, invece, il cavatappi a lame può essere più sicuro. Non perfora il sughero come una vite tradizionale, ma lo afferra lateralmente. Non è una soluzione universale: su un tappo giovane e molto compatto può risultare scomodo o addirittura danneggiare il collo se viene utilizzato senza esperienza.

Come aprire una bottiglia senza rovinare il tappo

La tecnica conta quasi quanto lo strumento. Per prima cosa taglio la capsula sotto l’anello del collo e pulisco la parte superiore del tappo. In questo modo evito che residui di stagnola o polvere finiscano nel vino.

  1. Posiziona la spirale esattamente al centro del tappo.
  2. Avvitala mantenendo il cavatappi verticale.
  3. Lascia almeno un giro della spirale fuori dal sughero.
  4. Usa la leva o il manico con un movimento lento e regolare.
  5. Concludi l’estrazione a mano per evitare il rumore secco e la rottura del tappo.

L’errore più comune è avvitare la spirale troppo vicino al bordo. Il tappo si inclina, si rompe e lascia piccoli frammenti nel collo della bottiglia. Un altro errore frequente è tirare con uno scatto: la lentezza protegge sia il tappo sia il vino, soprattutto quando il sughero ha molti anni.

Se il tappo si spezza, non bisogna insistere nello stesso punto. Si può reinserire la spirale nella parte rimasta oppure filtrare il vino con un colino molto fine. Nel caso di bottiglie importanti, io preferisco usare subito un cavatappi a lame e lavorare con pazienza.

Il rapporto tra apertura e conservazione del vino

Un buon cavatappi non serve solo a fare bella figura a tavola. Un’apertura pulita limita la quantità di sughero e di residui che entra nel vino e riduce il rischio di urtare violentemente la bottiglia, cosa utile soprattutto con rossi maturi e sedimentati.

Dopo l’apertura, il vino entra in contatto con l’ossigeno. Per conservarlo meglio, richiudo la bottiglia con il tappo originale solo se è integro, oppure con un tappo ermetico pulito. Una bottiglia aperta dura in genere da uno a tre giorni, ma il tempo cambia molto in base al tipo di vino, al livello rimasto e alla temperatura.

  • I vini bianchi e rosati si conservano meglio in frigorifero.
  • I rossi strutturati possono mantenere una buona tenuta per due o tre giorni, se ben richiusi.
  • Gli spumanti richiedono un tappo specifico, perché il tappo originale non mantiene la pressione.
  • Il sottovuoto può rallentare l’ossidazione, ma non ferma completamente l’evoluzione del vino.

Il cavatappi, quindi, è il primo anello di una corretta gestione della bottiglia. Anche la conservazione deve essere coerente con il vino: una bottiglia delicata e poco riempita si deteriora più rapidamente di una quasi piena, perché contiene una quantità maggiore di aria.

La risposta da ricordare quando si parla di questo utensile

Quando mi chiedono chi abbia inventato il cavatappi, rispondo che il nome da ricordare è Samuel Henshall e la data è 1795. La storia completa, però, è più interessante della risposta secca: l’idea della vite probabilmente aveva precedenti, mentre il brevetto di Henshall rese il sistema riconoscibile, riproducibile e adatto alla diffusione.

Oggi sceglierei un modello da cameriere per l’uso quotidiano e un cavatappi a lame per le bottiglie più vecchie. In entrambi i casi, la regola resta la stessa: spirale centrata, movimento lento e tappo trattato con rispetto. È così che un gesto nato oltre due secoli fa continua a proteggere il momento più delicato del servizio del vino.

Domande frequenti

Il primo brevetto noto fu registrato in Inghilterra dal reverendo Samuel Henshall nel 1795. Il suo modello aveva una vite metallica, un manico e un disco che impediva di spingere il tappo dentro la bottiglia, anche se strumenti simili potrebbero essere esistiti prima.

Per i tappi fragili o deteriorati è preferibile un cavatappi a lame, che afferra il sughero lateralmente senza perforarlo. Richiede però maggiore controllo e non è ideale per tappi giovani e molto compatti.

Taglia la capsula sotto l’anello del collo, pulisci il tappo e posiziona la spirale esattamente al centro. Avvitala mantenendo il cavatappi verticale, lascia almeno un giro fuori dal sughero e solleva con un movimento lento e regolare, concludendo l’estrazione a mano.

Richiudi la bottiglia con il tappo originale integro o con un tappo ermetico pulito. In genere il vino dura da uno a tre giorni: bianchi e rosati vanno conservati in frigorifero, mentre gli spumanti richiedono un tappo specifico; il sottovuoto rallenta l’ossidazione ma non la blocca.

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cavatappi sughero ossidazione spumanti

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Grazia Caputo

Grazia Caputo

Il mio approccio quotidiano alla scrittura per apericenatorino.it consiste nell'immergermi nelle storie e nei sapori che definiscono il Piemonte. Il mio nome è Grazia e da 9 anni mi dedico a questo mondo. La mia curiosità mi spinge a esplorare le radici del vino, l'arte dell'aperitivo e le tradizioni più autentiche della mia terra, cercando sempre di portare alla luce dettagli che rendano la narrazione viva e coinvolgente. Nei miei articoli cerco di offrire ai lettori un viaggio sensoriale e culturale, fatto di consigli pratici, approfondimenti storici e spunti per vivere al meglio ogni momento, dal calice di vino alla convivialità di un vero aperitivo piemontese. Mi impegno a fornire informazioni accurate e aggiornate, rendendo accessibili anche gli aspetti più complessi, con l'obiettivo di condividere la bellezza e la ricchezza del nostro patrimonio enogastronomico.

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